Kastriota: uno sguardo al cortometraggio indipendente sull’eroe nazionale albanese

Abbiamo già avuto modo di sfruttare la nostra rubrica Spaghetti indie e dintorni coprendo i progetti indipendenti de Il dominio della lacrima e The story of 90 coins. Di recente siamo stati contattati da Steven Renso (ha anche un suo sito personale), regista del cortometraggio Kastriota.

Il cortometraggio cerca di affrontare ed esplorare la storia di un eroe nazionale albanese che tutt’oggi è ancora fortemente apprezzato dalla popolazione, tanto da essere motivo di orgoglio per molti. Combatté contro gli ottomani nel XV secolo, unendo i principati albanesi e difendendo la cultura e la religione cristiana.

L’opera visiva ha un intreccio tendenzialmente lineare, ma con una poetica e una rappresentazione quasi onirica, da rendere la presentazione di un personaggio a noi per lo più sconosciuto, molto fluida e piacevole. Le ambientazioni riescono a isolare i personaggi, rendendo un bell’impatto, sia dal punto di vista visivo, che per il senso di solitudine che trasmette.

Dopo aver visionato il lavoro, abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere con Steven Renso.

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Dove ti sei formato e come sei approdato a questo progetto?

Ho avuto la passione del cinema da sempre, fin da quando ho memoria e la mia formazione è stata principalmente artistica, ho frequentato il liceo artistico e mi sono diplomato in architettura. Dal punto di vista cinematografico ho fatto pochissimi “corsi”. Ho avuto la fortuna di fare tantissima gavetta con YouTube Italia, che mi ha portato a fare un minimo di formazione sul campo. Da li mi sono messo a lavorare negli anni anche a progetti miei personali, come cortometraggi o un piccolo film, sempre nell’ambito del cinema indipendente. Infine, l’anno scorso, dopo tre anni di lavoro con il team con cui lavoro adesso, abbiamo deciso di metterci sotto e fare dei cortometraggi, che fossero dei lavori non sempre vincolati dalla voce “eh ma sai è indipendente, non avevo soldi”. Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo tirato su un piccolo budget per realizzare Kastriota. E per un progetto del genere, per un lavoro “in costume”, un budget simile non è niente. E mostrando il lavoro a persone come voi o ad ambiti esterni a quello cinematografico, come l’ambito più strettamente letterario o storico, sta riscuotendo un discreto interesse, per quanto in fondo sia solo un inizio. Al momento sta facendo il suo debutto ai vari festival, dove vedremo anche chi vuole prenderlo e entro Dicembre lo metteremo sicuramente online per renderlo visibile e fruibile a tutti.

Sono abbastanza curioso sulla scelta di questo progetto e della scelta del personaggio. Un personaggio che non è per niente conosciuto in Italia. Come siete giunti a scegliere questa storia?

Diciamo, in primis ho sempre amato il genere fantasy, più che quello storico. Sono un fan di Tolkien e del Signore degli Anelli e spero di essere riuscito a farlo trasparire. E, niente, molto semplicemente la mia ragazza è Albanese, sono stato in Albania tre volte e sono rimasto colpito dalla forte presenza e rappresentazioni di Kastriota Skanderbeg e la mia curiosità mi ha portato a chiedermi “chi fosse”. E mi hanno raccontato con molta gioia di questo eroe nazionale, a chiunque la chiedessi. Tutti molto orgogliosi di parlare di lui. E quando ho sentito la sua storia, ho chiesto: “ma hanno fatto un film?”. La risposta è stata, che sì, negli anni ‘60, mentre altri progetti più recenti sono naufragati, vuoi per questioni politiche o per una produzione affrontata poco seriamente. E sono rimasto stupito che per un personaggio così importante e che porta con sé dei valori così forti, non esistesse un prodotto audio-visivo che gli rendesse omaggio. Perché comunque è un personaggio che poteva avere tutto, anche se portato via dalla sua patria di origine, e che a un certo punto per quanto avesse tutto, non si sentiva a casa.
Ci sono tante tesi, noi abbiamo affrontato una ricerca storica e c’è chi dice che Kastriota non sapeva di essere stato portato via dal suo luogo d’origine, altri che invece dicono che sapeva delle sue origini e che un giorno sarebbe tornato in quelle terre. Ma in entrambe le storie, lui decide di “tornare” per amore della libertà e per amore della giustizia, valori secondo me importantissimi oggigiorno che sono forse un po’ dimenticati.

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La gente ne parla con il cuore di questo eroe, cosa che in Italia non accade, perché ormai manca questo nazionalismo “storico”, di orgoglio verso personaggi italiani che è come se non esistessero. Diciamo che mi ha ispirato veramente tanto questo personaggio. E il fatto che dietro ci sia ancora oggi un popolo che crede in lui, può fomentare in maniera positiva quello che è il progetto e dargli un valore reale.
Da lì è nato questo volere di fare un’opera, con una mia “visione”, perché sono cosciente, che ci sono tanti aspetti del carattere di Kastriota che non sono come quelli del personaggio reale, che per lo meno sono un po’ troppo enfatizzati. Per esempio che non fosse alto due metri e grosso come un armadio, come invece viene descritto storicamente. E allo stesso tempo i vestiti non sono quasi totalmente fedeli a quelli effettivi dell’epoca e della regione, ma lì sono anche limiti e mancanze del budget e ho cercato di ridurre a una visione poetica il tutto.

Parlando della produzione di Kastriota hai detto che hai avuto un budget veramente ristretto. Quindi quali sono state le difficoltà maggiori nella produzione? Mi parlavi dei costumi, che immagino siano stati donati o messi a disposizione gratuitamente da associazioni di rievocazione storica, o la scelta delle location…

In questo caso qua, stranamente non abbiamo avuto grandi problemi di produzione. Ovvero quando andavamo sul set, rispetto ad altri lavori, con budget anche più alto, consci di quello che erano i nostri limiti, abbiamo deciso di puntare in primis su un cast veramente ridotto, sia artistico che tecnico. Ci sono pochi attori e pochi tecnici dietro. Comunque persone con due dita di pelo nello stomaco, nel senso che facevano il lavoro di 3-4 persone o che erano comunque in grado di fare la differenza. E quindi siamo andati su a Dossena, dove avevamo contatti anche con il paese, grazie anche ad alcuni dei nostri tecnici che fanno parte del team e abbiamo potuto fare sopralluoghi alle location e controlli a più riprese. Quindi quando siamo arrivati sul set, sapevamo già dove andare, cosa fare, avevamo i permessi di fare quello che volevamo e stare dove volevamo. Certo, quello che questa volta ci ha un attimo immobilizzato è stato il tempo atmosferico, che è stato parecchio contro di noi. Abbiamo girato in condizioni estreme, tornavo a casa con i piedi gelati che non riuscivo più a camminare, anche se avevo scarpe calde comprate apposta per l’occasione e per quei posti. La giornata con la temperatura più bassa ha toccato i -14 gradi percepiti e ha iniziato a nevicare mentre eravamo in mezzo a un bosco, completamente isolati. Eravamo completamente immersi nella natura, perché la mia scelta è stata quella di cercare il più possibile di stare dentro la natura. Se ti perdevi, ti perdevi, non c’erano “cazzi”, ma credo che la cosa abbia dato un grande realismo a quella che è l’opera, quindi lì, dal punto di vista di produzione non abbiamo avuto molti problemi. Abbiamo avuto problemi dopo, durante le riprese, appunto con il meteo. In ogni caso questo team era rodato, pronto a portare a casa il girato e credeva fortemente in questo progetto e soprattutto in questa storia. Non che dovessero venerare Skanderbeg, che sia chiaro, ma dovevano credere nel progetto e nel portare a casa un risultato. Non c’è stato nessuno che si sia lamentato perchè non veniva pagato o non era la sua priorità. Da quel punto di vista li ci è andata alla grande, ma c’è stato un grande lavoro prima di pre-produzione. Abbiamo iniziato a lavorarci in estate 2017 ed è stato girato in dicembre in 3 giorni, di cui effettivi sul set molto meno, perchè in dicembre hai luce dalle 7 di mattina alle 3:30 circa, e poi diventa buio.

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Forse però è anche questo il ruolo del regista, ovvero conoscere il proprio team, sapere a chi puoi affidare cosa e avere un team che riesce a lavorare. Che non sia una squadra di élite, ognuno nel suo ambito, ma che sia una squadra che riesce a collaborare.

Sì, quello è importantissimo. L’ho imparato a mie spese. Preferisco pochissima gente, che però quando viene fa il suo lavoro fino in fondo. Poi io sono dell’idea che oggigiorno nel cinema indipendente si punta un po’ troppo sul “si dai collaboriamo” e si da per scontato che si debba lavorare gratis ed è sbagliato. Poi ci sono i progetti che giustamente puoi permetterti di dire “ho questo piano per il progetto, non rimane tra amici, lo mandiamo a festival e case di produzione”, ma quello che voglio dire è che oggigiorno c’è questo rischio che venga quasi “riconosciuto” che uno debba lavorare gratis. La troupe sapeva che non veniva realizzato solo per la gloria e per il gusto di farlo, ma che si sarebbe tentato di farlo arrivare in alto, di farlo vedere alle persone. Altrimenti il gioco non valeva la candela. Quindi volevamo non solo portare rispetto a una figura, ma anche farlo nel migliore dei modi.

Prima parlavi delle location di Kastriota. La cosa che mi ha colpito molto è stata appunto la scelta dei luoghi. C’è questa natura e una bellissima fotografia che rende omaggio all’ambiente e ai paesaggi e che racconta la solitudine di questo personaggio. Un’altra cosa che mi ha veramente colpito è stata la scelta della sceneggiatura. L’ho vista più come una specie di flusso di coscienza, di ricordi del personaggio, più che una “storia”, con un incipit, svolgimento e conclusione. È poco più una serie di ricordi, almeno per come l’ho interpretato, e volevo chiedere se era una scelta raccontarla in questa maniera, piuttosto che con una struttura più classica.

Ti dico, ho deciso di scrivere così sempre per una questione di budget. Avevo un progetto da portare dove alla fine il budget era quello che era e allo stesso tempo dovevo cercare di far conoscere questa figura non tanto al popolo albanese, che nel bene o nel male tutti conoscono e tutti sanno quello che ha fatto, ma anche nel caso di uno spettatore “del mondo”, dipende da dove vedono il cortometraggio. Quindi dovevo far fluire tutta questa sua storia con tutti i passaggi salienti in meno di venti minuti. Quindi mi sono detto, questo deve essere il “viaggio dell’eroe”, cioè l’eroe che cerca di capire quale sia realmente la sua strada e che cosa vuole fare di questo suo viaggio. Quindi ho cercato di collegare tante piccole cose, sempre in maniera molto poetica. Ecco, io “Kastriota” lo definisco una sorta di poesia. È un racconto molto onirico, dove si cerca di far entrare lo spettatore nel cuore del personaggio. C’è da dire però, secondo me, che non è mai stato mostrato minimamente l’uomo che poteva esserci dietro quella spada e quello scudo. Perchè lui comunque era un “uomo” alla fine, un essere umano come tutti. Non dico che abbia avuto dei ripensamenti, però gli sono state messe davanti delle scelte e come ogni uomo ha dovuto scegliere.

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Che cosa avete usato per le riprese, come attrezzature?

Per Kastriota abbiamo usato una GH5 della Panasonic perché la resa delle immagini andava molto incontro allo stato d’animo del personaggio e sapevo che in fase di post produzione e color correction, mi sarei potuto spingere in una certa direzione. È stato comunque un esperimento, oltre al vantaggio di un ottimo rapporto qualità prezzo.

Il cortometraggio Kastriota è stato iscritto e continuerà ad essere iscritto a vari festival per poi renderlo pubblico verso Gennaio, dicevi…

Certo, cercheremo di portare Kastriota a determinati festival, anche fuori concorso. Non vado al festival per vincere, vado per mostrare questo lavoro e voglio il parere di persone che fanno parte del settore e i festival cinematografici sono i posti migliori per farlo. Non vogliamo andare in giro a vantarco di un premio, i premi, personalmente, come tante altre cose sono un po’ uno specchietto per le allodole. E’ il contenuto che deve conquistare. Ci sono film e opere artistiche che non hanno mai avuto nessun riconoscimento ma che hanno fatto la storia. Diciamo che c’è tanto fomento perché ricevo letteralmente ogni giorno una decina di messaggi di gente in Albania che mi chiede quando esce e fa stra piacere perché dà valore a quello che abbiamo fatto.

Hai qualche ringraziamento speciale? Al di là dei meriti già espressi per la produzione, al team e al cast.

Mi limito a ringraziare tutti quelli che hanno fatto parte del progetto di Kastriota, che sono tantissimi. Chi “sa”, capirà.

Trailer:

Lorenzo

Lorenzo

Cresciuto come tanti bambini degli anni '90 a pane e film di Bud Spencer, da sempre ama il cinema in tutte le sue forme. Programmatore di giorno e videoamatore a tempo perso, negli ultimi anni ha iniziato a detestare il cinema Americano da Blockbuster (salvo sporadiche eccezioni) e ad apprezzare i decisamente poco blasonati film orientali moderni. È finito che non ha più amici da invitare a casa per un film: preferiscono drogarsi.