Get Out: il razzismo è ancora un mostro

No, non è un horror. Scappa – Get Out altro non è che un buon (ho scritto e cancellato “ottimo”) thriller psicologico. Prendete un regista debuttante, con una ricca gavetta come attore in commedie e 5 milioni in tasca. Smettete di ridere alla frase “scriverò e girerò un thriller”. Mettete da parte la pallottola con l’incisione “Split è meglio”. Sedetevi e, per 103 minuti, fidatevi di Jordan Peele. Non c’è da gridare al capolavoro, ma di certo al buona la prima.

E’ tempo di fare il grande passo: conoscere i genitori di lei. Rose non ha ancora detto loro che Chris, il suo ragazzo, è di colore. Ciò lo mette a disagio, ma per amore decide di partire. Arrivati a destinazione, Chris scopre di non essere l’unico afro-americano in casa. Presto, però, il conforto diverrà terrore.

“Il razzismo è ancora un mostro”

La prima scena porta un messaggio chiaro come fanali accesi in una strada buia. Gli afro-americani, per qualche motivo, sono ancora perseguitati. Un minuto o poco più. Poi conosciamo il protagonista (Daniel Kaluuya) e non possiamo che provare angoscia. Sappiamo che è solo questione di tempo, sappiamo che la sua è una paura legittima. Rose (Allison Williams) vuol far conoscere i suoi genitori a Chris e frasi come “Non sono razzisti” o “Se avessero potuto, avrebbero votato per la terza volta Obama” non bastano. Paura e disagio aleggiano nell’aria, trasportati da una crescente e palpabile tensione.

get out

Get Out è senza dubbio uscito in un periodo particolare della storia americana. Senza imboccare sentieri politico-sociali, rischiando di perdere per strada la pellicola, spezzo una lancia in favore a chi la ritiene horror: il mostro è il razzismo. Le uniche persone da cui Chris non si aspetta un giudizio sono i domestici, anch’essi di colore. Cerca in loro il conforto che non trova nei genitori di Rose, seppur dichiaratamente aperti ad accoglierlo. Il loro comportamento però, al di là dell’etnia, non fa che alimentare i dubbi che già aveva. E qui mi fermo.

Get Out e Split, psicologi a confronto

Ora. Vi avevo detto di mettere da parte la pallottola “Split è meglio”. Ce l’avete ancora? Bene. Un paragone tra i due thriller psicologici più attesi di quest’anno può aiutare a trovare punti di forza e debolezza. Shyamalan può contare su un’esperienza nel genere coltivata e affermata in pellicole come Il sesto senso o Unbreakable. Qui la mancanza di un background si nota, soprattutto in scene che tentano di incastrare una commedia spicciola in un thriller, con gravi cali di tensione e ritmo, soprattutto nel finale, singhiozzante.

D’altra parte, se diamo per assodato che entrambi hanno fatto largo uso della psicologia, sia nella tecnica, che nei personaggi, il lavoro di Peele è più scientifico e meno sovrannaturale. Questioni di stile, direte. Ma da studente non ho potuto far altro che apprezzare (e detestare) alcune trovate. L’operato del novellino trova un terreno fertile e ricco di soluzioni, che spaventano nonostante il saldo legame con la realtà.


Tra i punti di forza, inoltre, spicca una seconda, velata ma determinante critica sociale. Oltre all’evidente tema del razzismo, l’attenzione è spostata sui molti stereotipi che lo alimentano, come ossigeno su un fuoco ancora ardente. Il “razzismo al contrario“, l’immedesimarsi ironico, quell’atteggiamento che assicura una coscienza pulita, ma che sposta l’attenzione sulle diversità, è altresì l’evoluzione di una piaga durata secoli. Un tema, peraltro, affrontato anche durante gli ultimi Oscars. L’abolizione della schiavitù di certo non ha comportato un istantaneo capovolgimento dell’opinione pubblica. Gli ultimi seggi elettorali, se vogliamo dirla tutta, hanno dimostrato quanto la voglia di supremazia aleggi silenziosa su una copertura liberale. Per quanto possa approfondire l’argomento, questi 103 minuti bastano a centrare il segno; a svelare i retroscena di una forzata accettazione.

Detto questo, Scappa – Get Out è un film più che godibile, quasi eccellente. Al contrario di molte opinioni che ho letto, la parte migliore risiede nei primi tre quarti, con un colpo di scena degno di uno sceneggiatore vissuto. Segue un brusco calo di tensione e un finale scientificamente interessante, ma tecnicamente compresso. Sicuramente una visione consigliata, con un Daniel Kaluuya che, dopo Black Mirror, continua a convincere.

TRAILER ITALIANO:
LA CRITICA:

IMDb: 7,9/10
Rotten Tomatoes: 99% (pubblico: 88%)

  • Trama
  • Realizzazione
  • Impatto
7.3
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Rosario

Rosario

Emigrato dalla Calabria all'età di due anni, ha lasciato alle spalle la campagna trasferendosi in città. Dovendosi adattare alla nuova lingua, trova nel cinema un mezzo per condividere gusti e opinioni. Predilige fin da giovane il genere horror, trascorrendo interi pomeriggi a terrorizzare il fratello minore. Oggi studia psicologia.