Fight Club (1999): prima regola, non parlate mai del Fight Club

Se nel 2008 stavate sfogliando la classifica dei 500 Greatest Movies of All Time, stilata dalla rivista cinematografica Empire, il titolo che discuteremo oggi era quello in decima posizione. Se siete stanchi di leggere recensioni contrastanti; stanchi di vedere capolavori che nella Notte degli Oscars a malapena sfiorano il miglior montaggio sonoro; stanchi della pubblicità, che il più delle volte eleva spazzatura, lasciando nell’ombra delle pietre miliari; stanchi di tutti questi “punti e virgole”, laddove non servirebbe nemmeno un’introduzione, “Signori, benvenuti al Fight Club“.

Parliamo di Fight Club

Solo a scrivere il titolo, ho infranto la prima e la seconda regola. Eppure, se non lo avessero fatto anche i protagonisti, il Fight Club non sarebbe mai diventato così grande. Come, se non lo avessero fatto gli appassionati, non saremmo qui ad elogiarlo. E’ la disfatta psicologica di un uomo (come si chiamava? beh, Edward Norton), che vende le proprie emozioni per soddisfare la voglia di consumo. Apatico, insonne e depresso, l’unica occasione che ha per esternare i sentimenti è far visita a gruppi d’ascolto. Si circonda così di malati terminali, alcolisti anonimi, come lui individui senza voce in una società sorda. Uno dopo l’altro, però, i pezzi di un edificio già di per sé traballante iniziano a crollare…

“E poi è successo qualcosa, mi lasciai andare perduto nell’oblio… oscuro, silenzioso, completo. Trovai la libertà, perdere ogni speranza era la libertà”

Ciò che verrà costruito, a partire dalle macerie, poggerà completamente su due pilastri, o meglio, sue due persone: Marla Singer (Helena Bonham Carter) e Tyler Durden (Brad Pitt). Entrambe possiedono caratteristiche uguali e contrarie al protagonista. Contrarie, nel senso che non possiedono freno da contrapporre alle loro pulsioni. Ogni idea, anche la più bizzarra, non incontra limiti di pudore o coscienza e, al di là delle conseguenze, smette di essere un’idea e diventa azione. Uguali, perché è a partire dall’assenza di limiti socialmente imposti, che il protagonista rimodella il proprio carattere. Ed essendo loro i nuovi pilastri della sua identità, se uno dei due dovesse crollare, l’intero sistema giungerebbe a un ulteriore e definitivo collasso.

fight club

In parallelo, il Fight Club

Parallelamente alla vita lavorativa e alle “questioni quotidiane” dei personaggi, di notte inizia ad espandersi ciò che sembrerebbe esser nato da un pugno a vuoto, privo di motivazione logica: “ora voglio che tu mi colpisca più forte che puoi” (Tyler). Il Fight Club non è solo un’occasione di sfogo, non solo toraci sudati e nocche fratturate. Dal momento in cui i membri sono portati a compiere “mansioni”, anche al di fuori di una cantina sporca di sangue, il Fight Club diventa un’identità nascosta ma onnipresente nella vita di chiunque abbia combattuto almeno una volta. E stando all’ottava regola, tutti hanno combattuto almeno una volta. Gli individui sono riconoscenti e devoti al gruppo che li eleva al ruolo desiderato. L’insieme di conseguenza ne guadagna, fino a diventare un vero e proprio esercito, da ideale a effettivo.

L’impeccabile sceneggiatura di Jim Uhls, che pur con qualche modifica (finale compreso) si rifà all’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, ha preso vita in modo magistrale grazie alla macchina da presa di David Fincher. Nulla da obiettare all’accoppiamento Norton-Pitt, ottimi nelle loro interpretazioni. Ciò nonostante, il film non ha una bacheca affollata (agli Oscar ha ricevuto solo una nomination per il Miglior montaggio sonoro), ma ha incontrato la dovuta gloria negli anni, fino a diventare cult. A mio avviso, e in accordo con la maggioranza dei critici, uno dei migliori film di tutti i tempi.

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Cosa dice la critica

IMDb: 8,8/10
Rotten Tomatoes: 79% (pubblico: 96%)

  • Trama
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9.5
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Rosario

Rosario

Emigrato dalla Calabria all'età di due anni, ha lasciato alle spalle la campagna trasferendosi in città. Dovendosi adattare alla nuova lingua, trova nel cinema un mezzo per condividere gusti e opinioni. Predilige fin da giovane il genere horror, trascorrendo interi pomeriggi a terrorizzare il fratello minore. Oggi studia psicologia.