Il sogno americano è finito. Ed è giusto così

il sogno americano

Il sogno americano è finito. Il fatto che Weinstein chiedesse alle attrici competenze più da Pornhub che da Hollywood è stato il sintomo di una situazione che esisteva già da tempo e che va ben oltre i reati sessuali.

il sogno americano

 

Nel 2016 usciva La La Land, pluripremiato agli Oscar, presentatosi con ben 13 nominations.
Assieme a questo film di Damien Chazelle si celebrava, forse non troppo consapevolmente, la fine di un ideale di cinema stupendo ma fragile, magico perché irreale.

Quel senso di nostalgia è stato l’ultimo frammento di sogno prima del risveglio.
Non a caso nel film si ripete più volte che è dedicato ai sognatori.

il sogno americano

 

In Paura e delirio a Las Vegas (di Terry Gilliam, con Johnny Depp e Benicio del Toro), attraverso il personaggio di Hunter Thompson si metteva in scena la possibile deriva patologica che il sogno americano poteva prendere qualora vincessero gli aspetti negativi.
Alla carriera si sovrapponeva il desiderio di autodistruzione, al patriottismo la disillusione, all’arte il caos.

In un certo senso però il sogno era vero. L’America è stata la terra delle possibilità e c’è chi ne ha avuto più di un assaggio. È successo a Salma Hayek, per dirne una. Trasferitasi dal Messico, dove era impegnata in una telenovela di bassa qualità, negli USA ha trovato l’occasione di diventare una grande attrice, aggiudicandosi anche una Nomination come Miglior attrice protagonista per il film Frida.

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Solo per ricordarlo: anche nel sogno della Hayek a un certo punto è apparso, alla stregua di Freddy Kruger, Weinstein. Lei, infatti, fa parte di quelle attrici che lo hanno accusato di molestie.

Quindi: si può parlare davvero di sogno?

Uno dei messaggi più forti del film premio Oscar “Parasite” è proprio quello che dietro a una grande ricchezza – come dietro a una grande povertà – si crea una qualche forma di parassitismo.

Parlandoci chiaro, e sospendendo per un momento il giudizio morale, il sogno americano si basa sull’omettere che questo parassitismo sia la base su cui si fonda il successo, per come lo vedono gli americani.

Ricky Gervais, presentatore di varie edizioni dei Golden Globe, lo sostiene da anni; per questo invita gli attori a non fare discorsi politici al ritiro di un premio, perché sarebbe una contraddizione insopportabile.

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Per dirla alla Inception: possiamo scegliere un sogno diverso dal quello americano?

La risposta è che non è semplice sceglierne uno diverso, specialmente se siete nati e cresciuti in Occidente, dove la potenza degli Stati Uniti rimane indiscussa, al punto che si è arrivati a parlare di “colonialismo culturale“.

L’unica speranza è che questo colonialismo lasci pian piano alle altre culture lo spazio necessario per esprimersi con pari dignità. Così avremo la possibilità di vedere altri modi di intendere il successo, magari meno dannosi per chi rimane in disparte.

Dei segnali ci sono già, non a caso Parasite è il primo film a vincere l’Oscar come Miglior film nonostante non sia in lingua inglese.

 

 

Ringrazio Elena Mancini per la collaborazione