Il doppiaggio in Italia: in che modo un film “parla” italiano?

Lavorano nel cinema da quasi un secolo, e non hanno mai vinto un Oscar. Eppure, se un film diverte, spaventa o coinvolge, parte del merito è anche loro. Chi sono? Le chiamano “voci”. Loro preferiscono definirsi “interpreti” e parlare dell’impegno, dello stress e della costanza che richiede il loro lavoro, svolto in una stanza buia e inaccessibile ai più. Ma c’è dell’altro: noi siamo i migliori in assoluto, a detta degli autori e degli stessi protagonisti dei film stranieri. Stiamo parlando del doppiaggio italiano, ovvero l’arte del sostituire una voce straniera con quella di un attore specializzato che, spesso dopo aver intrapreso un lungo percorso formativo in genere in teatro o al cinema, approda in questo affascinante mondo e ne fa un’arte e non semplicemente la mera sovrapposizione di una voce a un’altra. Ma come è nato e come si è diffuso il doppiaggio in Italia?

Gli inizi

Questa nobile arte è nata lontano, nell’America di inizio secolo. A Los Angeles, verso la metà degli anni ’20, dopo la nascita del sonoro le major hollywoodiane adottarono un curioso procedimento nei loro prodotti audiovisivi per evitare che il loro impero, basato soprattutto sull’esportazione, subisse un duro colpo: far recitare i film in più lingue, girare cioè tante versioni quanti erano i mercati da raggiungere. Dopo aver recitato le battute in originale e quindi in inglese, accadeva così che gli attori dovessero ripetere la stessa scena in italiano, francese, tedesco e spagnolo.

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Tuttavia, per evidenti ragioni la recitazione era scadente e dall’effetto decisamente comico. Basti pensare a Stanlio e Ollio, il cui doppiaggio nella nostra lingua è caratterizzato dal simpatico accento storpiato proprio perché il pubblico dell’epoca si era ormai abituato a quel loro assurdo italiano, ricco non solo di accenti spostati ma di parole completamente mal pronunciate.

Per evitare di rigirare i film in più lingue, si ricorse dunque al dubbing, una tecnica messa a punto negli studi californiani della Fox.

Il doppiaggio in Italia

In Italia, nel 1932 la Cines creò il primo stabilimento di doppiaggio dello Stato a Roma, che ebbe l’esclusiva in questo settore. Più tardi questa pratica si sviluppò anche a Milano, che diede inizio a una propria tradizione di doppiatori specializzati soprattutto nei cartoni animati, e più di recente a Torino.

Ma in che modo un film “parla” italiano? Il procedimento nel doppiaggio italiano non è affatto semplice e i professionisti coinvolti sono parecchi. Anzitutto, il copione con i dialoghi da recitare viene prima tradotto e poi adattato in base alla cultura e alla sensibilità del proprio Paese facendo particolare attenzione al labiale. Siccome però è raro che la traduzione più fedele abbia anche la stessa lunghezza della frase originale, il dialoghista-adattatore modifica la traduzione finché questa non raggiunge una sincronizzazione soddisfacente, con la conseguenza però di alterare parte della fedeltà alla versione originale.

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Finito il lavoro di adattamento, il film passa a una delle tante società di doppiaggio italiane: qui il direttore del doppiaggio, coadiuvato dall’assistente, esamina la pellicola e sceglie le voci che più si adattano ai vari personaggi. Il doppiaggio vero e proprio avviene in una camera insonorizzata dotata di un leggìo sul quale disporre il copione, di un microfono professionale e di uno schermo su cui proiettare gli “anelli”, ovvero i segmenti di film in cui sono presenti dei dialoghi. Dietro un vetro, in una sorta di sala regia siede il fonico, cui spetta la supervisione della qualità dell’audio finale.

Ogni turno di doppiaggio dura in media tre ore lavorative e in un giorno si hanno tre o quattro turni. In ciascuno di essi il doppiatore vede l’anello più volte sentendo in cuffia l’audio originale e, seguendo le indicazioni del direttore del doppiaggio, recita le battute in sincronia con le immagini. Infine, attraverso il computer si procede alla ricomposizione di tutte le scene e al mixaggio delle tracce audio applicando eventualmente effetti di post-produzione (voci radiofoniche, effetto distanza, ecc.) o accorciando e/o allungando le pause. Ovviamente, procedure analoghe sono applicate anche nel doppiaggio di cartoni animati, serie tv, documentari e così via.

La peculiarità del doppiaggio italiano

È risaputo che l’Italia è una delle nazioni che utilizza più di tutte il doppiaggio, vantando grandissimi artisti in questo settore. Come dimenticare le celebri battute in italiano di Frankenstein Junior (1974), considerate addirittura migliori dell’originale? Anche lo stesso Kubrick, che nutriva una vera e propria ossessione per il doppiaggio, si era accorto della nostra bravura, tanto che avrebbe mandato a Giancarlo Giannini una lettera di congratulazioni per la sua magistrale interpretazione su Jack Nicholson in Shining (1980).

Si potrà sicuramente obiettare che il doppiaggio alteri la recitazione e l’interpretazione originale con tutte le problematiche relative all’equazione tradurre = tradire. Di fatto, però, il doppiaggio è una realtà ormai consolidata e fa parte della nostra lunga tradizione cinematografica. D’altro canto, grazie alle opportunità offerte dai DVD e dalle piattaforme on demand come Netflix, Sky, Prime Video e così via, chiunque di noi oggi è libero di scegliere se gustarsi un film in versione originale con o senza sottotitoli oppure se guardarlo doppiato nella propria lingua.

Edoardo

Edoardo

Cresciuto a pane, film e cartoni animati, sogna di unire la passione per le lingue a quella del cinema. Traduttore freelance (anche di sottotitoli per conto di Netflix), ama destreggiarsi fra video editing e VFX.