Aquaman (2019): storia di un metallaro che puzza di pesce

La posizione in cui si sono trovati il regista James Wan e tutto il team di sviluppo di Aquaman non è stata certo tra le più invidiabili, alla luce della confusione editoriale e dell’altalenante qualità produttiva in cui gli adattamenti cinematografici DC targati Warner Bros. versano ormai da anni (E Flash? …si è fermato a parlare con Achille e la tartaruga).

Sesto film del DC Extended Universe, a lungo atteso e anche temuto, e prima avventura da solista per il personaggio interpretato da Jason Momoa, già presentato caoticamente in Justice League, Aquaman è emerso, sbarcato e naufragato (un attimo e troviamo altri termini…) nelle sale.

La trama di Aquaman:

Arthur Curry (Jason Momoa) è figlio di due mondi, ma rispetto al guidare il regno sottomarino di Atlantide per diritto di nascita preferisce bere birra e occasionalmente proteggere oceani. Ma qualcuno cova sentimenti di vendetta e rivalsa nei confronti di quella superficie tanto superficiale e dannosa per il mare, e tamburi di guerra risuoneranno presto…

Il film:

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Un “film di origini” di un supereroe solitamente presenta una struttura classica, con il percorso del protagonista in cerca di un ruolo nel mondo e di una soluzione per salvare casa, famiglia o mondo intero.

Ma Aquaman vuole esagerare. E’ la storia di un reietto degno di un trono, il prodotto di un’amore devastante come le onde, di intrighi di corte e lotte per il potere, e anche una ricerca a un oggetto mistico dai poteri eccezionali attraversando il mondo in lungo, in largo e in profondità.

Per buona parte della sua durata il film sembra meno un cinecomic e più un film di genere. Di vari generi.

Prima un action poi uno sci-fi fantapolitico, passando per un’avventura (alla Indiana Jones e alla Uncharted), poi all’horror e approdando infine all’epica fantasy di Tolkien e del Ciclo Arturiano.

Aquaman è una vera epopea colossale, un’orgia visiva di opulenza, coloratissima e fluorescente, con gusto tra barocco e cyberpunk per architetture e costumi (alcuni convincenti, altri pericolosamente vicini all’effetto Power Ranger), sorretta da effetti digitali non sempre buoni e da una regia schizzata e virtuosa di un Wan desideroso di alzare sempre più il livello di spettacolarità.

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Aquaman, blockbuster modello Tsunami, arriva a sfiorare pericolosamente il livello Bay, dimostrando le dimensioni del proprio budget in ogni fotogramma, con un’esaltazione per il machismo del suo protagonista in ogni rallenty e tamarro.

Infatti il film dovrebbe essere dedicato all’omonimo personaggio dei fumetti, ma a giganteggiare non è Arthur Curry, ma Jason Momoa. Lo statuario attore protagonista non recita, ma fa semplicemente se stesso (e forse è un bene, siccome Momoa non brilla certo per doti recitative).

Ad emergere quindi dalla pellicola è lo spirito irriverente e da metallaro di un simpatico idiota che emana tamarraggine da ogni poro, sia a petto nudo (e potrebbe far felici molti) sia in armatura completa (molto meno convincente di quella usata in Justice Legue di Snyder).

Lo spirito anarco-cazzaro del suo protagonista, che preferirebbe respirare birra che dover risolvere problemi negli oceani (e che fagocita qualsiasi possibile caratterizzazione), pervade ogni altro aspetto del film.

Tranne proprio la musica, che di hard rock e metal ha qualche accenno iniziale, per poi perdersi in derive elettroniche (che si sposano anche abbastanza bene con un’estetica del mondo sottomarino che ricorda Tron Legacy) e musica pop (Africa dei Toto, remixata da Pitbull e usata in una delle scene più dementi e trucide del film, grida ancora vendetta).

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In questo oceano di esagerazione e intrattenimento, la sceneggiatura è affogata prima di poter fare una bracciata. Come se nessuno dei personaggi del film avesse veramente qualcosa di interessante da dire, i tempi morti vengono riempiti da dialoghi al limite del ridicolo, frasi fatte e banalità, alzando il tasso di stupidità e ingenuità made in USA oltre la soglia consigliata.

Il cast di attori, eterogeneo e più che discreto, non riesce però a togliere dall’anonimato i personaggi, in gran parte stereotipati (un vero peccato per Willem Dafoe, mentre il mascellone di Dolph Lundgren, anche barbuto e tinto di rosso, risalta fiero).

La Mera di Amber Heard, come Momoa, è sacrificata a bellezza della pellicola, nonostante qualche momento di puro girl power, lei che deve trascinarsi dietro un ebete puzzolente (forse più dolce e valoroso di quanto mostri alla vista).

Nicole Kidman ringiovanita, prima in CGI e poi con altri effetti plastici (nulla a che vedere con la produzione però, quindi acqua in bocca), risulta carismatica e affascinante, in un inedito ruolo di combattente. La presenza di Black Manta, interpretato da  Yahya Abdul-Mateen II, sembra invece troppo forzata e fuori luogo (dettata forse dall’iconicità del personaggio nei fumetti).

Ma è Patrick Wilson, attore feticcio di Wan, ad avere il ruolo più convincente del film, Orm, un villain semplice e stereotipato, ma lirico e shakespeariano al punto giusto (oltre ad avere forse il costume più bello della pellicola), che domina anche l’atto finale.

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Il viaggio alla ricerca del Tridente perduto è forse la parte del film dal ritmo più altalenante, in cui risaltano due scene, l’inseguimento sui tetti siciliani e la sequenza horror (in cui Wan dimostra di essere sempre perfetto) durante la tempesta, che presenta anche una fotografia strepitosa e uno stile fortemente lovecraftiano.

L’arrivo alla Terra Cava, incredibilmente suggestivo, risulta invece troppo repentino, senza il minimo approfondimento dell’ambiente e della sua fauna (potevate mostrare un dinosauro!) per lanciare subito il protagonista verso la prova dell’eroe, con la quale sarà ultimata l’evoluzione del personaggio, decisamente inconsistente, prima della battaglia finale.

Consigliato a: a chi desidera puro intrattenimento ed epicità incontrollata. Astenersi tutti gli altri.

Trailer:

Cosa dice la critica:

aquaman imdb 7.9/10

aquaman rotten tomatoes64%

  • Trama
  • Realizzazione
  • Impatto
6.7
Luke

Luke

Solitamente si fa chiamare Luke (ha proprio fantasia da vendere eh). La passione per il cinema lo accompagna dall'adolescenza, da quando curioso su cosa ci fosse oltre lo schermo si è appassionato anche di scrittura