The Post (2017): recensione dell’ultimo film di Spielberg

Pubblicare o non pubblicare? Dire la verità o nascondere il segreto? Questo il dilemma costante che stritola le meningi dei protaganisti di The Post; e  una scelta difficile quando hai tra le mani un dossier di 7000 pagine sull’intervento americano in Vietnam e sei un giornale come il New York Times o ancora peggio, se sei a capo di un giornale che vorrebbe diventare importante come il New York Times e che ha sede a Washington. Il Washington Post nel 1971 non era ancora quello che sarebbe diventato subito dopo aver messo in stampa le rivelazioni su quel dossier e ancora peggio, aver rivelato l’anno dopo – il 1972 –  i trucchi elettorali che portarono Richard Nixon alla Presidenza degli Stati Uniti d’America.

The Post, l’ultimo film di impegno civile di Steven Spielberg, è candidato agli Oscar come miglior film e Maryl Streep, protagonosta indiscussa della storia, come miglior attrice.

Di cosa parla The Post

E’ il 1971 e i governi americani hanno mentito a tutto il mondo: la guerra in Vietnam è ormai persa, persa da 6 anni; ma l’orgoglio americano non può tentennare di fronte agli indocinesi e il paese leader del mondo libero non può dimostrarsi debole. Prima di Nixon, il presidente in carica, è stato JFK, John “Jack” Kennedy, a celare i segreti più oscuri della storia degli States al mondo intero. C’è però un dossier, redatto dall’uomo che lo consegnerà nelle mani della stampa e voluto da MacNamara, l’ex ministro della Difesa: “E’ uno studio commissionato per farlo leggere ai posteri, non adesso”.

 

 

Tom Hanks interpreta Brad Bradlee, il direttore pirata del Washington Post e Maryl Streep è Kay Graham, l’editrice di un giornale in perdita che non riesce a diventare un quotidiano nazionale. Col fiato sul collo dei due filibustieri, gli investitori dei fondi e delle banche, che sono entrati in società e un consiglio d’amministrazione che non vuole dar fastidio al governo e men che mano finire di fronte alla Corte Suprema.

Il Film

Dilemmi morali, storie personali e la Storia con la s maiuscola. Le trame di intrecciano e i coinvolgimenti privati si riversano sull’informazione pubblica, sulle decisioni da prendere e stabilire se sia un bene rivelare la verità circa alcune delle pagine più opache e controverse della storia mondiale. The Post è un elogio alla libertà di stampa e ai valori fondamentali della repubblica americana.

Ben Bradlee è un coraggioso giornalista che vuole rendere il giornale per cui scrive un quotidiano di rilevanza nazionale e in collaborazione e complicità con la sua editrice e proprietaria del Post, Kay Graham, riuscirà nell’intento, andando contro il governo e il sistema giudiziario degli Stati Uniti.

La Graham si mostra inizialmente timorosa, non vorrebbe quotare l’azienda in borsa, vorrebbe che restasse a conduzione familiare come avrebbe voluto suo nonno, ma non può permettersi di far affondare tutto ciò che la sua famiglia ha creato e che lei deve portare avanti. Una donna straordinaria, la Graham, che ama il suo giornale e che prenderà la decisione giusta, in barba ai consiglieri maschilisti della sua azienda che non la ritengono abbastanza preparata per ricoprire l’incarica che ha ricevuto.

The Post è un elogio alla libertà di stampa

 

 

La sceneggiatura ad opera di Liz Hannah e John Singer, già sceneggiatore di molti episodi di West Wing e Il Caso Spotlight, conferisce solidità al film. Ottimi e non scontati i dialoghi tra i personaggi principali e non mancano di certo i momenti comici che riescono a strappare qualche risata. Iconica la sequenza in cui un giovane stagista viene inviato da Bradlee per  scoprire cosa stia per pubblicare il Times:

“Ma signore, è legale quello che stiamo facendo?”

“Cosa credi che facciamo di mestiere?”

  1. Spielberg trova degli ottimi punti macchina per catturare le scene nella sua cinepresa e in mezzo a una regia tutto sommato pulita e asciutta – forse fin troppo – e senza particolari virtuosismi, si inseriscono alcune sequenze iconiche dall’alto valore simbolico. I frame che inquadrano le rotative che stampano il giornale sono di un’eleganza fuori dal comune: come rendere calda e poetica una macchina. E a proposito di queste, c’è un’ultima scena, un’ultima inquadratura che mostra le copie dei giornalisti freschi di stampa, oscillare volluttuosamente, aggrappati ai nastri trasportatori. Sembra quasi di vedere delle spine dorsali, quelle che i giornalisti hanno dimostrato di avere, gli stessi giornalisti che hanno fondato il neonato Washington Post, al suo secondo battesimo. Qui c’è tutto Spielberg. Ve le ricorderete.

“L’unico modo per difendere il diritto di pubblicare: è pubblicare”. – Ben Bradlee

 

Trailer:

Cosa dice la critica:

7,4/10
88%

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Domenico

Domenico

Nato a San Gennaro Vesuviano - diciamo sopra a Vipiteno - e abita a Bolzano. Studia Giurisprudenza a Trento, avrebbe voluto fare Fisica, ma non sa contare. La narrazione per immagini di cinema e fumetti è la cosa che gli interessa di più, intanto scrive per le riviste, tra cui Salto.bz