Chiamami col tuo nome (2017): o sull’assenza di Guadagnino

Call me by your name/Chiamami col tuo nome è l’ultimo film di Luca Guadagnino, il regista siciliano che più di tutti ha saputo prendere a piene mani l’eredità di un altro grande regista, Bernardo Bertolucci, che effettivamente ama citare spesso anche durante le indisponenti interviste di cui sa risolvere sempre i nodi delle domande imbarazzanti. Guadagnino, che insieme al napoletano Sorrentino (new Fellini) rappresenta l’Italia a livello internazionale, doveva inizialmente solo fare da consulente per le location di questo ambizioso progetto ma alla fine – guarda come funziona il cinema e tutti i suoi arcana imperii – ne è diventato il regista e quindi, ne ha stabilizzato la poetica e immessa nel suo elegante universo cinematografico personale.

Il titolo del film in lizza per gli Oscar 2018, l’ho scritto sia in italiano che in inglese ma ci vorrebbe anche un bel Appello-moi par ton probabilmente, dato che il film si destreggia in queste lingue per tutto il tempo, senza porsi particolari problemi di identità nazionale. Forse c’è n’è solo una: L’Americano (Armie Hammer), che il ragazzino francese (Timothée Chalamet) non riesce a non etichettare, però sempre pronunciato in italiano. Chissà in che lingua però era pensato.

Di cosa parla Chiamami col tuo nome

Call me by your name/Chiamami col tuo nome è un film che pone come protagonisti gli oggetti, le cose, intorno a cui gravitano i personaggi e le loro storie, che sembrano quasi contigenti, che sembrano già fantasmi di un passato ormai lontano o di un’estate che non è mai cominciata.

Protagonista indiscussa è la casa. Molto italiano, molto europeo. La casa delle vacanze della famiglia borghese del dicissettenne ebreo Elio Perlman , figlio di due professori universitari, è immersa in un verde esotico ed erotico, nella pianura lombarda, nel cremasco. Vediamo quindi una Lombardia estiva che a tratti somiglia al sud italiano ma anche alla Francia meridionale, un idillio bucolico, bucolico come un qualsiasi componimento di Virgilio, autore lombardo della Roma antica, che descriva le bellezze e l’inamovibile natura che impone l’ozio e l’amore a chi ci è immerso dentro.

 

La Lombardia d’estate così non l’avete mai vista.

 

I due professori hanno sempre molti ospiti in giro per la grande casa e ogni anno invitano un giovane dottorando a trascorrere in Italia le vacanze estive per concludere le ricerche sul proprio dottorato di ricerca, a quanto si è capito e visto, in archeologia. Bronzi antichi e vecchie piscine abbandonate, canone di bellezza aureo e classico (anche incarnato, lo scoprirete), il film di Guadagnino è intriso dell’erotismo di un mondo che non c’è più. Non quello della Grecia antica ma quello dell’Italia degli anni ’80.

Il film

Questo il periodo in cui è ambientato infatti Chiamami col tuo nome, scandito dagli interminabili silenzi interrotti dalle cicale e dai suoni naturali, un silenzio che si può occupare leggendo, ascoltando Battiato alla radio o dedicarsi anima e corpo all’unica persona che ti toglie il fiato e di cui, ormai, non puoi più fare a meno.

Ecco, qui due storie – casualmente – si incrociano, quella di Oliver, il ventiquattrenne ricercatore e quella di Elio. Due ebrei e giovani, uno molto giovane, che hanno perso dei giorni della loro estate ma che sanno come recuperare. Vivono alcuni mesi in due stanze adiacenti, separate da un importante ambiente acquatico, il bagno, che separa i due ma che li unisce: il bagno si può tranquillamente attraversare ma si deve avere il coraggio di farlo.

 

Armie Hammer e Thimotée Chalamet in una scena del film

 

Non è importante per Guadagnino che lo spettatore consideri il suo film una storia sull’omosessualità, anche perché non lo è affatto e non è neanche una storia omosessuale. E’ una storia completamente universale, di altre storie che si intrecciano o che rimangono sospese, che si chiudono alla fine ma non come vorremmo noi, che ci lasciano delusi o pieni di dolore nel petto, quello che fa strappare le corde che ci tengono in piedi.

Un attenzione smodata per la moda e i costumi – importantissimi gli shorts, anche a livello narrativo – che ascrive bene il discorso sull’erotismo cominciato letteralmente sin dal primo frame da Guadagnino, è la sintesi cinica e finale sul film, la chiave di volta di una storia d’amore dove l’amore è assente perché proibito. C’è anche però da tener conto dell’assenza del regista, Gudagnino non gioca a fare dio con i suoi film, non è un vendicativo creatore ma una voce limpida che racconta qualcosa. Call me by your name è forse un film sull’assenza e tutto il resto, inutile.

Trailer:

Cosa dice la critica:

8,3/10
96%

  • Trama
  • Realizzazione
  • Impatto
9.3
Domenico

Domenico

Nato a San Gennaro Vesuviano - diciamo sopra a Vipiteno - e abita a Bolzano. Studia Giurisprudenza a Trento, avrebbe voluto fare Fisica, ma non sa contare. La narrazione per immagini di cinema e fumetti è la cosa che gli interessa di più, intanto scrive per le riviste, tra cui Salto.bz