The Childhood of a Leader: recensione di un film disperso

1919. Un ragazzino americano è costretto a soggiornare in Francia con la sua famiglia poichè il padre sta lavorando al Trattato di Versailles. Costretto alla solitudine svilupperà una personalità complessa.

Come nasce un dittatore? In molti se lo sono chiesto e in molti hanno indagato il passato dei maggiori leader dittatoriali dello scorso secolo, da Hitler a Mussolini, da Franco a Stalin (e alcune circostanze fanno pendere l’ago soprattutto verso quest’ultimo). È ciò che si domanda il film The Childhood of a Leader, opera prima di Brady Corbet e da noi ancora inedito (lo rimarrà probabilmente) nonostante fosse stato presentato a Venezia 2015. Fa parte di quella lista di titoli di cui si parla molto, ma che in Italia non trova distribuzione.
Ponendo l’ambientazione in un momento storico importantissimo, la Grande Guerra è appena terminata e si sta per preparare il Trattato di Versailles che deciderà le sorti delle nazioni coinvolte, l’opera tenta di ricreare le condizioni psicologiche che potevano essere state alla base di molti di quei famosi leader. Genitori autoritari, educazione ambigua, senso di abbandono e solitudine oltre a molte altre circostanze tra cui per esempio l’amicizia con la servitù continuamente allontanata da lui dai genitori. Ispirandosi a Il nastro bianco di Haneke, ma anche a Kubrick, Dreyer e Hitchcock, il film tenta di creare una costante sensazione di angoscia, sottolineata da una stupenda colonna sonora, i cui apici sono i capricci del giovane protagonista (il film si divide infatti in 3 parti, una per ogni capriccio).
Nonostante le ottime interpretazioni, incredibile il giovane Tom Sweet, garantite da Bérénice Bejo, Liam Cunningham, Stacy Martin, Yolande Moreau e Robert Pattinson (in un ruolo breve ma importantissimo), l’impressione generale è che il film sia in parte un’occasione persa.
Certamente è un’ottima esibizione di stile, riesce a coinvolgere (più che altro per curiosità) e certe scene sono molto azzeccate, ma le divagazioni di trama sviano dall’oggetto primario, ovvero la psiche del ragazzino.
La scelta di dare molto rilievo al Trattato di Versailles nella trama è molto discutibile e rischia di confondere. Manca un po’ di coraggio nelle situazioni rappresentate e un maggiore approfondimento psicologico (che la riduzione della sottotrama storica avrebbe permesso). Colpisce molto invece il finale, che lascia a bocca aperta, seppur troppo breve e abbastanza criptico.
Il film rimane comunque una piccola chicca da vedere (se riuscite a recuperarlo) e discutere.

Voto: 7,1

Aaron

Aaron

Laureato in Scienze storiche all'Alma Mater di Bologna e smanettone informatico, ma da sempre appassionato di cinema. È un vero onnivoro e non c'è genere che non apprezzi. Primo film visto al cinema: Jurassic Park. Film preferito: Harry ti presento Sally.