Luglio 12, 2020

Perché il discorso di Meryl Streep ai Golden Globes rimarrà nella storia

Perché il discorso di Meryl Streep ai Golden Globes rimarrà nella storia 1
Perché il discorso di Meryl Streep ai Golden Globes rimarrà nella storia 2

Il discorso che Meryl Streep ha tenuto
ai Golden Globes dell’ 8 gennaio (in occasione del premio ricevuto
alla carriera) è destinato a rimanere nella storia. Potrà diventare
un momento fondamentale di un ipotetico futuro film biografico
sull’attrice più influente dei nostri tempi.
Sostengo questo non
perché la Streep abbia affrontato il problematico tema dell’elezione
di uno dei presidenti più discussi d’America, ma per come lo ha
affrontato.
Nel corso degli anni abbiamo sentito varie stelle di
Hollywood prodigarsi per numerose, differenti e nobili cause:
cambiamento climatico, violenza sui minori, crisi politiche e
sociali, campagne elettorali ecc… Quindi non è una novità
assistere ad un’icona cinematografica che approfitta della vittoria
di un premio per evidenziare qualcosa che le sta a cuore. Abbiamo
visto Michael Moore lanciare accuse contro G. W. Bush agli Oscar del
2003, Di Caprio parlare del cambiamento climatico a quelli dell’anno
scorso.
Eppure quello che la Streep ha fatto in questi Golden Globes
ha tutta un’altra valenza.
Mentre i vari appelli lanciati durante le
premiazioni passate apparivano spesso fuori contesto, una parentesi
gratuita, il suo intervento non potrebbe essere più pertinente. Si
riferisce ad un episodio specifico: quello in cui il futuro
Presidente degli Stati Uniti prese in giro un giornalista disabile
facendone l’imitazione degli impedimenti fisici.

La forza del
discorso che propone l’attrice sta nel non far leva semplicemente,
pigramente e sterilmente sul politically correct, bensì
nel richiamare l’attenzione sul ruolo dell’attore nella società.
Sostiene che l’attore ha la responsabilità dell’empatia.
L’empatia è la comunicazione per eccellenza, e atti come quelli di
Trump la ledono dall’interno.
Continua poi, con un’eleganza che solo
lei può avere, ponendo l’attenzione sull’origine spesso estera che
ciascun attore hollywoodiano ha (richiamando, volontariamente o meno,
il monologo che Tom Hanks recita nel bar nel film Il Ponte delle
Spie
), affinché si rifletta su come la sensazione di unità non
derivi necessariamente dalla medesima provenienza territoriale. Cita
apertamente vari nomi degli attori presenti in sala (alcuni dei quali
si commuovono vistosamente) come per dire “è di noi che si sta
parlando, sempre e comunque. Tenetelo a mente.”
Non è retorica ben
confezionata
e regalata al pubblico; non è propaganda o
contro-propaganda; è la testimonianza, profondamente emotiva, di
un’attrice di infinito spessore che difende il suo lavoro.
Siamo
abituati a perderci nei film che amiamo, a credere alle loro storie,
a rivivere le nostre sofferenze, ad affidarci alle loro speranze
soprattutto grazie ad attrici come lei, che credono in quello che
fanno e ne hanno piena coscienza. È fondamentale assistere ogni
tanto ad un’ Hollywood differente, non frammentata da scandali e
pettegolezzi, ma ricomposta nelle parole di un’artista che, trattenendo le lacrime, ci rassicura sul fatto che il cinema che amiamo è
vero, e che il suo ruolo deve essere ricordato proprio quando i valori che ci tengono assieme rischiano di essere dimenticati.